Prefazione di Per Kristiansen

Per Kristiansen è protagonista di mini-masterclass sulla facilitazione, video-prefazione del libro “La Facilitazione Maieutica: Come liberare il 100% del valore e della motivazione per ottenere insieme i migliori risultati possibili” di Fabrizio Faraco (La Traccia Buona edizioni).

Una prefazione “non convenzionale”, realizzata con il metodo LEGO® SERIOUS PLAY®.

La Facilitazione Maieutica - Fabrizio Faraco
Per Kristiansen

Cosa è la facilitazione e come progettare un workshop

Il testo che segue è la perifrasi della conversazione mediata attraverso il metodo LEGO SERIOUS PLAY tra Per Kristiansen e Fabrizio Faraco, contenuta nel video presentato sopra.

Facilitare vuol dire innanzitutto riuscire a creare uno spazio sicuro per le persone, perché possano esprimere pienamente se stesse, per permettere lo sblocco di tutto il loro potenziale. È come una cagnolina con i suoi cuccioli, proteggere ciò che è fragile per dare voce a ciò che altrimenti non riuscirebbe ad averla. Possiamo usare la metafora del fiore che sboccia, lo sblocco della conoscenza per generare crescita, in modo che le persone possano affrontare e superare le sfide che hanno di fronte con le proprie forze. Questa per me è la facilitazione. 

Il facilitatore non porta ai partecipanti le “sue” risposte, le risposte devono emergere dall’intelligenza della stanza: sono tutte diverse e tutte sono giuste, perché nascono, come i fiori che sbocciano, dal potenziale di ognuno. Per riuscire a farlo, il facilitatore deve “sostenere lo spazio”, cioè custodire, avere cura, dare voce ad ognuno. Dare voce in modo da sbloccare una crescita reale nelle persone, affinché possano superare le sfide con le proprie forze. La crescita delle persone rappresenta l’innesco per creare un vero senso di direzione alle decisioni individuali con impegno convinto, quello che in inglese si chiama commitment, ovvero la scelta volontaria di agire senza che nessuno ce lo chieda. La volontà di perseguire questa direzione allineata, è alimentata dall’intenzione, e con essa da una strategia che ci aiuta a prendere le decisioni, fondate sull’intenzione appunto, ciò a cui aspiriamo, qualcosa che vogliamo fortemente e su cui decidiamo volontariamente di mettere un impegno effettivo.

Per il successo individuale e dell’organizzazione è fondamentale focalizzarsi su questa aspirazione, per evitare di essere distratti e deviati nel cammino da un oggetto luccicante e fuorviante: la trappola di fare ciò che si è sempre fatto. Questo è necessario perché tutte le organizzazioni si muovono, oggi, in contesti complessi, dove “non fare quello che si è sempre fatto” è indispensabile per poter andare avanti.

Il modo che il facilitatore usa per creare uno “spazio sicuro” e “sostenere lo spazio” è quello di fare domande. Nella facilitazione la “domanda” è importante? Assolutamente sì. La “buona” domanda è quella che consente di ottenere tante risposte, tutte diverse, tutte giuste. La domanda nella facilitazione è metaforicamente come un tubo che arriva direttamente nel nostro cervello, che consente alla persona di guardare dentro quello che non sa di sapere, e portarlo in superficie perché si sappia. Chiamiamo questa conoscenza che emerge, la “conoscenza tacita”. Ecco perché la domanda è così importante: tutti abbiamo bisogno di questo tubo, di un aiuto per far emergere la nostra conoscenza tacita. Non riusciamo a farlo da soli, serve l’innesco di una buona domanda. Questa è efficace perché, proseguendo nell’analogia, il tubo non lo abbiamo costruito noi. Funziona per la stessa ragione per cui non possiamo farci il solletico da soli: non funziona (e non è divertente). Allo stesso modo, non possiamo scoprire da soli ciò che “non sappiamo di sapere”. Abbiamo bisogno di qualcosa, di qualcuno che ci aiuti a farlo.

Allora, quali sono le caratteristiche di una buona domanda, che ci aiuti a connetterci con noi stessi? Deve contenere una componente emotiva e deve essere capace di disturbarci, come uno scheletro un po’ inquietante, che ci arruffa un po’ le piume. Questo essere “disturbati”, ci porta al concetto del Flow, o flusso ottimale (flow). Alcuni ricercatori hanno stimato che per scoprire ciò che “non sappiamo di sapere” basta solo uscire di un 4% dalla zona di comfort. Quindi, per poter accedere a tutto il resto della nostra conoscenza tacita, dobbiamo essere disturbati da una domanda. Ci sono molte cose che potrebbero essere dette sul Flow ma, in sintesi, lo possiamo rappresentare come un corridoio ascendente in cui siamo completamente immersi in un’attività da cui traiamo una tale gratificazione che il tempo sembra volare, e la buona domanda è quella che riesce a farci progredire in questo stato di flusso ottimale. 

Quando ci sentiamo nello “spazio sicuro” (di cui abbiamo parlato prima), i neuroni del nostro cervello si connettono in modo diverso e si attivano di più. È come disporre di un binocolo, che rappresenta l’idea di distanza e di messa a fuoco allo stesso tempo. Oppure come essere un gatto, per un paio di motivi: uno è la giocosità, che è, ancora una volta, correlata al modo di funzionamento diverso del nostro cervello perché, quando giochiamo, pensiamo in modo più creativo; l’altro è che il gatto è anche rappresentativo del benessere. Entrare e rimanere nel Flow ci crea un senso di benessere emotivo, che ci fa pensare più velocemente. Da qui, questo “sentirsi bene” porta che le cose stese accadano più velocemente; otteniamo di più dalla nostra giornata.

Questa sottile inquietudine che ci porta la buona domanda – per connetterci con noi stessi – rappresenta una spinta gentile per il cervello, per iniziare a camminare. È un po’ come il fatto che: per camminare è necessario, inizialmente, perdere un po’ l’equilibrio. Ecco perché, per sviluppare nuove conoscenze, la domanda deve spingere un po’ fuori dal corridoio del Flow (il famoso 4%), ma non troppo: se questo sbilanciamento è troppo forte, ovviamente si cade, e non è quello che si vuole. Con la facilitazione, i partecipanti devono sentire che la domanda è abbastanza disturbante per dare loro una leggera spinta in modo che inizino a camminare, ma non senza arrivare a che abbiano paura di farlo. Ecco perché serve assicurare uno “spazio sicuro”: non sono preoccupati di cadere, iniziano a muoversi perché sentono che non siamo chiedendo loro di fare un passo verso un precipizio.

Quindi, riassumendo, nella facilitazione la domanda deve essere un po’ inquietante per funzionare da spinta gentile, deve fungere da connessione con noi stessi, in modo da capire come fare il primo passo, e deve creare lo spazio sicuro in modo che si possa osare. Ricordiamo le metafore: lo scheletro (domanda disturbante), il gatto (gioco e benessere), il binocolo (distanza e focus), il fiore (idee conoscenza, sblocco del potenziale individuale) e il cagnolino (senso di protezione, spazio sicuro): con la facilitazione, grazie alle domande, emerge la conoscenza tacita e i partecipanti faranno un passo avanti, audace perché sentono che niente di quanto è fragile sarà rovinato da qualcun altro.

Questo è il senso della facilitazione, che si esercita con le domande. Ma quando si progetta un workshop, da dove si comincia di solito? Quali sono le cose principali su cui porre ora l’attenzione? Innanzitutto ci sono due aspetti da considerare. 

Il primo è un elemento di comprensione di fondo: c’è interesse sincero per lo sviluppo della conoscenza e per far emergere quello che c’è dentro i cuori e i cervelli di ognuno? O è solo un modo elegante per trovare un percorso che permetta a qualcuno di dire agli altri cosa dovrebbero pensare? 

Inoltre, c’è un elemento che riguarda il risultato del workshop. Sempre metaforicamente, poniamo come se nel workshop dovessimo affrontare il tema del freddo, partendo da un dato di fatto: sarà freddo. Il punto è: ci stiamo preoccupando di aiutare le persone nella stanza ad affrontare l’esperienza del freddo? Oppure vogliamo trovare il modo di sviluppare una soluzione in modo che non ci sia il freddo? Ovvero, il workshop si deve focalizzare su come affrontare al meglio lo stato attuale delle cose o vogliamo sviluppare qualcosa che ci porti in uno stato diverso? Si tratta di due tipi diversi di soluzioni.

Ecco, dunque, i due punti di partenza per progettare un workshop: 

  • verificare che non si tratti di un modo mascherato per permettere a qualcuno di dire ai cervelli degli altri cosa dovrebbero pensare, ma che ci sia la vera intenzione di far sbocciare potenziali dei partecipanti (l’intelligenza della stanza);
  • creare una sequenza di attività che faccia progredire nel Flow, per portare a far emergere un tipo di soluzione adatta ad affrontare una determinata esperienza (gestire al meglio il freddo) o un tipo di soluzione che possa far cambiare quella esperienza (che non ci sia freddo). 

In altre parole, essere certi che la risposta è già nella stanza e che il risultato atteso sia trovare una soluzione per adattarsi ad un’esperienza reale, a un dato di fatto, o per cambiare quella esperienza, in cui quel dato di fatto sparisca.


PER KRISTIANSEN

Insieme a Robert Rasmussen, è co-autore del metodo LEGO SERIOUS PLAY e del libro “Il metodo LEGO® SERIOUS PLAY® per il business”. Ha lavorato diversi anni in LEGO®, prima nell’area Pre-School, come braccio destro del Global Brand Director, poi diventando manager globale di LEGO® SERIOUS PLAY®. Ha conseguito un Master in Intercultural Business e ha sviluppato la sua carriera ad aiutare le aziende ad accelerare il cambiamento e l’innovazione e a sviluppare solide strategie. E’ cofondatore di Trivium International, una società di consulenza che opera globalmente.